«Ora non rimando più». Queste quattro parole, nella bellissima intervista a Susanna Valpreda, mi sono rimaste appiccicate addosso.
Sono parole di una potenza dirompente, perché ci mettono di fronte al dato di fatto che la vita è adesso – non ieri, non domani – e che il momento perfetto non esiste, esiste solo l’oggi.
Susanna l’ha imparato dopo tragiche esperienze – la maternità negata, la morte del marito e la diagnosi di mieloma – e con il mieloma non si scherza: è come avere una bomba a orologeria nel corpo, pronta ad attivarsi e a stravolgerti la vita.
In questa intervista, Susanna Valpreda ci racconta il suo percorso e ci lascia così tanti messaggi, che sono sicura anche voi troverete quello che più vi risuona.
1. L’incontro con il mieloma
Cara Susanna, ti hanno diagnosticato un mieloma nel 2013: come hai vissuto la notizia?
All’inizio, la malattia era latente e asintomatica, quindi l’ho vissuta senza ansia. Mi sentivo radicata nel presente. Mi dicevo: “La malattia ora non c’è. Perché dovrei preoccuparmi?”
Ero anche in un periodo molto particolare della mia vita. A 32 anni, dopo aver finito gli studi, trovato un lavoro e comprato casa, mio marito ed io abbiamo iniziato a cercare un figlio. Un figlio che, evidentemente, non era nel nostro destino.
Dopo anni di cure ormonali, tentativi andati a vuoto, svariate inseminazioni artificiali e un aborto spontaneo, abbiamo scelto di desistere.
Per noi, è stato un periodo di stress immenso e di grandissima ansia: di spasmodica attesa che sfociava in un crollo depressivo e speranze deluse. Ogni test di gravidanza negativo era un fallimento.
Quando abbiamo scelto di smettere di provare e abbiamo accettato che un figlio non sarebbe arrivato sono diventata più fatalista: la nostra vita è la somma di tutte le nostre esperienze e, forse, dovevo vivere tutto questo per diventare la donna che sono oggi.
2. Riprendere in mano la vita
E chi sei oggi come donna?
Sono una donna che non fa più progetti. Non sono mai stata una persona impulsiva, ho sempre pianificato tutto e cercato di tenere tutto sotto controllo, seguendo un’agenda prestabilita. Questo modo di vivere mi dava serenità e tranquillità, la sensazione di “fare le cose per bene” e di essere brava.
Mio marito era uguale: odiava le sorprese. Nei nostri 34 anni di vita insieme, abbiamo sempre programmato tutto e rimandato tantissime cose perché “non era il momento giusto”. Ora non rimando più.
Dopo la sua morte, ho fatto da sola tantissime cose che avevamo sognato di fare insieme. Mi sono dovuta ricostruire una vita da sola, e io sola non ero mai stata, perché sono passata da casa dei miei genitori a quella che ho comprato con lui.
Mia sorella, che ha 24 anni meno di me, è stata di grande appoggio nel lutto per mio marito e quando la mia malattia si è attivata. È stata il pungolo che mi ha spinto a riprendere in mano la mia vita e a uscire dalla gabbia dorata in cui mi ero rinchiusa.
In tanti mi dicono: «Sei forte!», ma ci sono arrivata ad esserlo, è stato un lungo percorso, fatto di piccoli passi che mi hanno fatta maturare e crescere.
Spesso mi dico che, se ho affrontato così tante sfide – la maternità negata, la morte di mio marito – posso affrontare tutto, anche il mieloma.
3. Il momento della rabbia
Hai detto che tua sorella ti è stata vicina dopo che il mieloma si è attivato. Vuoi raccontarci?
Sì, il mieloma si è attivato nel 2024, un anno e mezzo dopo la morte di mio marito. Da un certo punto di vista, è stata una fortuna che non si sia attivato durante la sua malattia, che lo ha tenuto inchiodato a un letto d’ospedale per dieci mesi, o subito dopo la sua morte, perché ero talmente esausta per l’assistenza quotidiana e annichilita dal dolore della perdita che non sarei stata in grado di prendermi cura di me stessa.
Nel 2024 avevo avuto il tempo di elaborare, almeno in parte, il lutto e avevo cominciato a ricostruirmi una vita da sola. Facevo pilates, avevo ripreso a uscire la sera, visitare luoghi nuovi, frequentare gli amici.
Avevo trascurato tutto per anni, in nome di una dedizione totale all’uomo al cui fianco avevo scelto di stare e che richiedeva costantemente tutta la mia attenzione e le mie energie. Finalmente avevo recuperato dal punto di vista fisico ed emotivo.
Però, ero arrabbiata. Avrei voluto qualche anno in più di serenità: non volevo fermarmi! Non volevo smettere di viaggiare, di andare ai concerti, di scoprire cose nuove. Non volevo mettere in pausa la mia vita per curarmi!
4. L’accettazione di quello che c’è
Però, poi, l’hai fatto?
Sì, certamente. Alla rabbia, è subentrata l’accettazione, il fatalismo. Gli amici mi dicevano: «Non so come fai ad essere sempre così serena», oppure: «Non so come fai a non pensarci tutto il giorno» o ancora: «Eh! Ma tu sei forte!»
Ma questa non è forza: è accettazione di quello che c’è. Dopo un primo momento di rabbia, e di voglia di scappare, mi sono resa conto che ero fortunata.
Sapendo sin dal 2013 della presenza del mieloma multiplo, ho potuto tenerlo sotto controllo e prenderlo in tempo, prima che la malattia si manifestasse, preservando così le ossa dagli effetti nefasti della malattia.
Nella negatività di tutta la situazione, ho scelto di vedere gli aspetti positivi. E oggi ringrazio per ciò che ho e ciò che posso fare: ringrazio per ogni giorno che mi è dato da vivere.
5. Un anno tanto difficile
C’è qualcosa che la malattia ti ha tolto?
In assoluto, no, però il 2025 è stato un anno davvero difficile. È stato l’anno delle cure, che mi hanno azzerato il sistema immunitario e delle innumerevoli visite che mi impedivano di programmare qualsiasi cosa.
È stato anche l’anno della debolezza fisica, che mi rallentava e mi costringeva a rinunciare ad alcune attività divenute faticose, e della difficoltà a concentrarmi per cui non riuscivo a dedicarmi nemmeno alla scrittura.
Nel mese in cui sono stata ricoverata, mi sono sentita isolata, vincolata nelle mie scelte e nelle mie azioni. Mi sono dovuta mettere nelle mani del corpo sanitario, che decideva al posto mio cosa potevo e non potevo fare. Mi sono sentita come una marionetta nelle loro mani.
Quando poi mi hanno dimessa, nonostante dovessi fare la terapia di mantenimento e una sola visita al mese in ospedale, mi sono sentita LIBERA! E mi sono resa conto di quanto poco apprezziamo la nostra libertà di movimento e di azione. Non la darò mai più per scontata!
Oggi mi basta davvero poco per sentirmi bene e apprezzo tutto al mille per mille: un pomeriggio passato al sole in giardino, un fiore che nasce tra le crepe dell’asfalto, un’ora di Pilates in cui il corpo si allunga e si scioglie. Oggi la mia libertà ha un sapore tutto nuovo.
6. Qualcosa che mi sopravviva
In tutto il tuo percorso, c’è uno strumento che ti è stato utile in modo particolare?
Non pensavo che l’avrei mai detto, ma la scrittura mi è stata di grandissimo aiuto. Nel 2014, dopo l’ennesimo test di gravidanza negativo e la consapevolezza di portarmi dentro il mieloma, mi trovai in un vicolo cieco.
Non vedevo più alcuna prospettiva per la mia vita. Mi dicevo: «Morirò bibliotecaria e moglie, senza lasciare nulla in questo mondo».
Poi, ho incontrato un amico che aveva pubblicato un libro e che mi ha spinto a recuperare la mia tesi di laurea, da vent’anni abbandonata in un cassetto. L’ho ricopiata in word, ampliata, corretta e sono riuscita a pubblicarla.
È stata una bellissima sensazione! Avevo qualcosa di mio e solo mio, qualcosa che resterà dopo di me: un segno del mio passaggio su questa terra.
Mi sono anche iscritta su Facebook, sono entrata in gruppi interessati al tema del mio libro e ho stretto moltissime amicizie, con persone italiane e straniere.
Grazie a quel primo libro, e a tutti quelli che sono seguiti, il mio mondo si è ampliato enormemente e adesso, dopo aver affrontato il ciclo delle cure, sono pronta per rimettermi a studiare, scrivere e generare il mio quarto figlio letterario.
7. Il ritorno all’amore
Tornando alle persone, che ti hanno aiutato e sostenuto, so che c’è un nuovo amore nella tua vita…
Sì, e provo una gratitudine immensa per il mio compagno di vita attuale, con cui convivo da più di un anno e mezzo. Ha contribuito enormemente a darmi la forza per affrontare le terapie, a non lasciarmi andare, a non deprimermi e a credere che, in tempi brevi, avrei recuperato.
Non solo non mi ha abbandonata nel momento del bisogno, ma con la sua energia e positività mi ha sempre incoraggiata. Sono convinta che da sola non avrei affrontato la malattia e le terapie con la stessa forza.
Grazie alla sua presenza nella mia vita, vorrei anche condividere un messaggio positivo per le donne di mezza età (anche senza problemi di salute) che si ritrovano da sole, magari dopo aver dedicato gli anni (i decenni) migliori della loro vita a un partner.
Vuoi per diffidenza, vuoi per pudore o per la convinzione che ormai siamo troppo vecchie per certe cose, le donne tendono a negarsi una seconda possibilità, ma io credo che sia soprattutto un impedimento culturale e sociale che ci vincola a restare sole.
Io stessa, dopo una relazione profonda durata più di tre decenni, ero assolutamente convinta di non voler più condividere la quotidianità con nessuno, al massimo pensavo che avrei potuto frequentare qualcuno, ma di sicuro non innamorarmi e tantomeno convivere con un altro uomo.
Come spesso mi è successo negli ultimi anni, però, mi sono dovuta ricredere. Ho conosciuto lui, che oltretutto è 20 anni più giovane di me, e ovviamente ho combattuto a lungo contro gli stereotipi, che nella mia mente mi impedivano di accettare una situazione che ritenevo sbagliata.
Poi ho deciso di lasciarmi portare dal cuore e di accettare ciò che il destino aveva messo sulla mia strada. A distanza di quasi tre anni posso affermare che è stata una delle decisioni migliori della mia vita.
8. Il consiglio di Susanna Valpreda alle Donne in Rinascita
Oltre a tutti i messaggi che ci ha donato, vuoi sintetizzare un consiglio per le donne che stanno vivendo la malattia e la rinascita?
Mi sento di dire: non rimandare a domani quello che sogni di fare, ma impegnati per farlo oggi. Non anticipare il brutto che potrebbe succedere e non rimpiangere quello che è stato o non è stato. Vivi il presente, goditi il miracolo.
Chi è Susanna Valpreda
Nata a Padova in una famiglia multiculturale, da padre americano musicista classico e madre metà tedesca, insegnante, pittrice, scultrice e scrittrice. Laureata in lettere moderne, lavora come bibliotecaria all’Università. Dal 2015 inizia a scrivere libri di storia, arte e archeologia dedicati alla cultura bizantina della Sicilia. Finora ne sono stati pubblicati tre ed è al lavoro sul quarto. Ha inoltre pubblicato articoli e saggi all’interno di miscellanee.
- Sikelia. La Sicilia orientale nel periodo bizantino, ed. Bonanno, 2015
- Sikelia 2. La Sicilia dei Bizantini. I Bizantini di Sicilia, ed. Lithos, 2020
- Sikelia 1. La cultura bizantina della Sicilia orientale, ed. Lithos, 2023
Puoi contattarla su Facebook: https://www.facebook.com/susyvalpreda e su Instagram: https://www.instagram.com/susyvalpreda/
