«Certe esperienze non finiscono davvero: si trasformano, ti abitano, e continuano a vivere ogni volta che qualcuno ti chiede di raccontarle».
Questo breve estratto viene dal libro autobiografico “Il rumore del silenzio”, scritto da Kevyn Andreini: un operatore sanitario che ha maturato la propria esperienza in un reparto di oncologia medica.
Un libro che ho letto con grande compartecipazione, perché Kevyn espone le sue fragilità e le sue ferite senza filtri, raccontando quanto lavorare in oncologia sia stato destabilizzante e, al contempo, una grande palestra di vita.
Il suo racconto mi ha fatto vedere l’umanità che si cela dietro il camice e mi ha dato la conferma che la scrittura è un mezzo potentissimo di autoanalisi e consapevolezza.
Vi invito quindi a scoprire la storia di Kevyn, leggendo questa intervista e il suo libro autobiografico “Il rumore del silenzio”.
1. Il rumore del silenzio
Caro Kevyn, perché hai deciso di scrivere il libro autobiografico “Il rumore del silenzio” ?

Ciao Alice, innanzitutto ti ringrazio fortemente per questa opportunità. Il rumore del silenzio nasce dal mio percorso lavorativo in un reparto di oncologia medica, iniziato nel maggio 2023.
Tuttavia, ha preso forma solo al termine di quell’esperienza quando, nell’aprile 2025, ho vinto un concorso pubblico che mi ha portato a lavorare in un altro ospedale della Capitale.
Il distacco da quel reparto non è stato semplice: avevo costruito molto più di quanto mi aspettassi. Non ero più il ragazzo pieno di insicurezze e paure che aveva varcato per la prima volta quella soglia.
Ero cambiato profondamente, sia dal punto di vista professionale che umano: lavorare in quel reparto, ha trasformato il modo in cui guardo la vita, aiutandomi ad affrontare e accettare le mie fragilità.
Mi ha insegnato a dare più valore al presente, alle piccole cose e alle persone. Ogni paziente, ogni familiare e ogni situazione vissuta in quel reparto ha contribuito alla mia crescita personale.
Ed è proprio da tutto questo che è nata l’esigenza di scrivere il libro “Il rumore del silenzio”: per racchiudere tutto ciò che quell’esperienza mi ha lasciato.
2) La scelta di esporsi
Come e perché è nata poi l’idea di pubblicare il libro?
L’idea di pubblicarlo nasce nel mio lavoro attuale, nel reparto in cui mi trovo ancora oggi. Ero da poco arrivato e, presentandomi ai nuovi colleghi, molti di loro, incuriositi, mi chiedevano da dove venissi e quali fossero state le mie esperienze precedenti.
Da lì è emersa in me una forte sensazione di nostalgia. Tutto era diverso: i pazienti, i colleghi, il tipo di reparto e anche le patologie trattate. In quel momento ho realizzato quanto fosse stato intenso il percorso appena concluso.
Mi sono detto che quelle pagine, nate inizialmente come semplici appunti personali, non potevano rimanere chiuse in un archivio privato. Dovevano prendere forma, essere rielaborate e raccontate.
Così ho deciso di riprendere a scrivere, scavando più a fondo nei ricordi e dando continuità a quel progetto.
La scelta di pubblicarlo nasce anche dal desiderio di condividerlo: sia con colleghi che si trovano per la prima volta ad affrontare un reparto complesso, sia con chi sta vivendo un percorso di cure oncologiche.
L’idea è quella di offrire uno sguardo sincero su ciò che accade “dietro le quinte”, nella speranza che queste pagine possano in qualche modo essere utili o di conforto.
«La cura non è fatta solo di farmaci e terapie, ma soprattutto di amore, vicinanza e piccoli gesti capaci di restituire speranza». Da Il rumore del silenzio, di Kevyn Andreini
3) Un viaggio nella consapevolezza
In quali modi ti ha aiutato scrivere la tua esperienza?
Mi ha aiutato in tantissimi modi! Prima di tutto, ho messo ordine in ciò che avevo vissuto. Nel lavoro in oncologia si accumulano molte emozioni, situazioni e ricordi intensi, e la scrittura mi ha permesso di rielaborarli con maggiore lucidità, invece di lasciarli semplicemente sedimentare.
A livello personale, mi ha aiutato a prendere piena consapevolezza del cambiamento che stavo attraversando. Scrivendo ho capito quanto quel percorso mi avesse trasformato, non solo nel modo di lavorare, ma soprattutto nel modo di guardare la vita, le persone e il loro valore.
Infine, è stato uno strumento di crescita professionale: mi ha costretto a fermarmi e riflettere sul significato più profondo del mio lavoro, andando oltre la tecnica e la routine quotidiana. In un certo senso, mi ha insegnato a non dare mai per scontato ciò che si vive in quel contesto.
4) Il valore della fragilità
Qual è la cosa – secondo te – più importante che hai imparato lavorando a stretto contatto con la malattia oncologica?
La cosa più importante è che la fragilità non è qualcosa da nascondere o da temere, ma una parte inevitabile dell’essere umano.
In quel contesto ho capito che la malattia non riguarda mai solo il corpo, ma coinvolge tutto: la persona, la sua famiglia, le sue abitudini, la sua identità.
Di fronte a questo non sempre servono grandi parole o gesti, ma spesso è sufficiente esserci, in modo autentico.
Ho imparato anche che il tempo assume un valore completamente diverso: ciò che fuori sembra urgente o importante, lì spesso perde peso, mentre diventano centrali le piccole cose, i momenti semplici e la presenza.
E credo che questa consapevolezza, una volta acquisita, non ti lasci più come prima.
«Pensavo a quanto siamo fragili. Bastava un imprevisto, una diagnosi, e la vita cambiava per sempre. Quelle riflessioni, invece di abbattermi, mi spingevano a dare più valore alle cose semplici: una cena con gli amici, una telefonata con i miei genitori, un tramonto osservato in silenzio». Da Il rumore del silenzio, di Kevyn Andreini
5) L’incontro con la finitudine umana
Il tuo lavoro ha modificato anche il tuo personale rapporto con la morte?
Lavorando in questo contesto, ho inevitabilmente rivisto anche il mio rapporto con il fine vita. Molto spesso i temi della morte e della malattia restano ancora un tabù: se ne parla poco e vengono spesso accantonati perché fanno paura.
Nel tempo, però, ho rivalutato profondamente la mia concezione di morte. Lavorando a stretto contatto con essa, ho compreso che non è qualcosa “contro” la vita, ma ciò che in qualche modo la definisce. È il suo bordo, ciò che le dà forma e che, proprio nel suo limite, le restituisce senso.
Non è solo dolore o oscurità, come spesso si tende a immaginare, ma può essere anche liberazione dalla sofferenza, un passaggio che in alcuni casi riporta pace dove la vita non è più in grado di guarire. Questo non toglie la sua durezza, ma la colloca dentro una dimensione più complessa e umana.
Ho anche imparato a non rifiutarla più come concetto distante o intoccabile, ma a riconoscerla come parte del tutto. Non qualcosa da spiegare o razionalizzare completamente, ma da accettare nella sua presenza inevitabile all’interno dell’esperienza umana.
6) Il consiglio di Kevyn Andreini per le Donne in Rinascita
Quale consiglio ti senti di dare alle donne che stanno vivendo il percorso della malattia e della rinascita?
Il consiglio che mi sento di dare è di non sentirsi mai ridotte alla malattia. Per quanto possa assorbire energie, paure e pensieri, non definisce mai completamente la persona che la vive.
È un percorso difficile, fatto di fragilità, ma anche di una forza che spesso emerge nei modi più inaspettati. E non esiste un modo giusto o sbagliato di affrontarla: ognuno ha i propri tempi, le proprie paure e le proprie risorse.
Credo sia importante concedersi il diritto di sentirsi come si è, senza pressioni, e di accogliere anche i momenti di stanchezza e di paura senza viverli come una colpa.
Allo stesso tempo, quando possibile, restare agganciati a ciò che continua a dare senso alla propria quotidianità, anche nelle piccole cose.
E soprattutto ricordare che, anche dentro un percorso così complesso, la propria identità e dignità restano integre, sempre.
Chi è Kevyn Andreini
Sono un operatore sanitario che ha maturato la propria esperienza in un reparto di oncologia medica, un contesto che ha avuto un forte impatto sia sul mio percorso lavorativo che umano.
Nel tempo ho sviluppato una sensibilità particolare verso la relazione con il paziente e verso tutto ciò che riguarda la dimensione più profonda della cura.
Oggi continuo il mio percorso in ambito ospedaliero, portando con me ciò che ho imparato da quell’esperienza, sia dal punto di vista professionale che personale.
La scrittura è diventata per me uno strumento per rielaborare e condividere ciò che vivo e ciò che ho vissuto: un modo per restituire dignità ai gesti semplici e ricordare che ogni incontro può cambiare una vita, persino la propria.
Il libro è disponibile su Amazon: “Il rumore del silenzio”

